“Sulla parete di uno spazio espositivo c'è un'immagine che a prima vista sembra fissa: una giovane donna, rivolta verso la telecamera, guarda lo spettatore con una strana espressione di preoccupazione o paura negli occhi. In una seconda inquadratura, più ampia, dove mantiene lo stesso atteggiamento, scopriamo che è seduta da sola in un cinema il cui schermo rimane vuoto. La terza e ultima inquadratura, dove l'inquadratura è di nuovo stretta, rende il suo sguardo ancora più intenso e notiamo i discreti indizi del suo respiro. Poi questi trenta secondi ricominciano in un loop infinito che enfatizza l'insistenza della scena e la espone a un'usura sempre più pericolosa. Mentre, nella tradizione cinematografica, il montaggio risponde soprattutto agli imperativi della narrazione, qui è utilizzato per scandire le pulsazioni di un momento libero da qualsiasi determinazione psicologica o teatrale. Se, tuttavia, percepiamo una tensione ansiosa in questo bel viso teso verso un fuori campo di cui siamo gli esclusivi protagonisti, è unicamente a causa del confronto degli sguardi: quello di un soggetto che guarda senza vedere e il nostro, costretto a considerare le più piccole vibrazioni."
Alain Cueff, Catalogue du 55ème Salon de Montrouge, 2010